Presentare il tuo libro sui social non funziona (se non racconti una storia)
- IL TUO EDITING
- 12 gen
- Tempo di lettura: 5 min
Ogni giorno, su Facebook e su Instagram, decine di scrittori annunciano l’uscita del proprio libro. La formula è quasi sempre la stessa: copertina, titolo, link, qualche riga di presentazione generica.
Il risultato, nella maggior parte dei casi, è il silenzio: nessun commento, nessun like, nessuna interazione.
Questo non avviene perché i social penalizzano gli scrittori e nemmeno perché il pubblico ormai non legge più. Il punto chiave è che per stimolare l’interesse per un libro – ma vale per qualsiasi prodotto – bisogna raccontare una storia.
Mostrare la copertina non è storytelling
Una copertina è un’immagine statica. La copertina serve a identificare un libro, non a creare interesse. Una storia crea una tensione da un impulso che scatena un’azione.
Se la presentazione su Facebook si limita a dire “questo è il mio romanzo”, chiedendo attenzione senza offrire una ragione narrativa per concederla.
E no, il problema non è l’algoritmo!
Il problema è che non stai attivando alcun meccanismo di cattura del lettore.
Lo storytelling non consiste nel parlare del libro
Quando presenti il tuo romanzo sui social, la tentazione è quella di descriverlo: i temi, l’atmosfera, lo stile, il messaggio. Quasi tutti fanno così, ma non basta.
Un lettore non sceglie una storia perché parla di amicizia o di un riscatto o di un assassinio. Quelle sono etichette: possono adattarsi a mille libri diversi. Quello che trattiene il lettore, invece, è la sensazione che dentro quella storia ci sia una posta in gioco che lo riguarda, qualcosa che può essere perso, che va difeso o conquistato. Lì nasce l’identificazione.
Il lettore non si appassiona alle intenzioni dell’autore: si appassiona ai destini dei personaggi.
Per questo, prima ancora di essere “bella”, una storia che regge chiarisce tre punti: cosa desidera davvero il protagonista, cosa rischia se fallisce, e perché non può rimandare. Se questi elementi sono vaghi per chi scrive, diventano invisibili per chi legge.
Dillo in poche righe
Quando una presentazione non funziona, l’autore tende a darsi una spiegazione rassicurante: “devo migliorare il copy”, “non ho trovato le parole giuste”, “non sono bravo a promuovermi”. È comprensibile, ma non serve.
Nella maggior parte dei casi non c'è un problema di marketing, ma manca la chiarezza narrativa. Se fai fatica a dire cosa è davvero in gioco nella tua storia, non è perché Facebook sia uno strumento inadatto. È perché, dentro il romanzo, quella posta in gioco non è stata ancora messa a fuoco fino in fondo.
La prova è semplice: se non riesci a essere preciso in poche righe, il motivo non è la scarsa eloquenza, ma la mancanza di una direzione precisa.
Come presentare il tuo libro
Presentare un libro su Facebook non significa spiegare tutto. Significa scegliere: scegliere un conflitto, una svolta, una necessità; serve un punto in cui la storia smette di essere “un’idea” e diventa una tensione.
La maggior parte delle presentazioni fallisce perché racconta la cornice: la trama a grandi linee, il mondo narrativo, l’argomento. Ma il lettore non si accende per una descrizione. Si accende quando percepisce un dilemma. Quando sente che qualcuno deve prendere una decisione che costa, quando avverte un rischio concreto, quando capisce che una perdita è possibile e che non sarà indolore.
Un buon post non dice “questo è il mio libro”. Fa intravedere la domanda che lo attraversa. Non serve chiedere al lettore di immedesimarsi: basta mostrargli il punto in cui lui, se fosse al posto del protagonista, non saprebbe cosa fare. A quel punto la curiosità non è più un favore: è una conseguenza. Così il lettore vorrà sapere come la storia andrà a finire.
Una verifica semplice (e scomoda)
Fermati un momento e fai questa verifica: riesci a dire in una sola frase cosa è davvero in gioco nel tuo romanzo?
Non il tema. Non l’argomento. Non il “messaggio”.
Parla di una perdita concreta, di una scelta del protagonista che, una volta presa, cambia il suo destino.
Se questa domanda ti mette in difficoltà, non è un problema “da risolvere con un post migliore”. È un sintomo che il tuo romanzo chiede una presa di posizione più decisa, serve più coraggio, serve un punot di vista preciso.
Qui lo storytelling diventa utile sul serio: non solo perché ti aiuta a presentare il libro in modo efficace, ma perché ti costringe a tornare alla storia con uno sguardo più consapevole. In altre parole: non stai imparando a promuoverti. Stai imparando a decidere.

Ecco alcuni esempi che ti aiutano a riflettere
1. “Il mio romanzo parla di…”
Il mio romanzo parla di amicizia, crescita personale e ricerca di sé.
Questa frase non è falsa. È inutile. Ogni storia parla di qualcosa, ma nessun lettore sceglie un libro perché “parla di”.
Quello che manca è la tensione: non sappiamo chi rischia cosa, né perché dovremmo interessarci al destino del protagonista. Quando una presentazione inizia dai temi, sta evitando una scelta più scomoda ovvero dire qual è il conflitto che tiene in piedi la storia.
Ecco cosa funziona:
Quando il protagonista capisce che l’amicizia su cui ha costruito tutta la sua vita gli sta impedendo di diventare chi potrebbe essere, deve scegliere se restare fedele agli altri o tradire se stesso.
Qui i temi non sono scomparsi. Ci sono ancora l’amicizia e la crescita personale, ma non vengono dichiarati: emergono da una situazione di conflitto con cui il lettore può identificarsi.

2. “Una storia intensa ed emozionante”
Un romanzo intenso, profondo, che vi farà riflettere.
Questa non è una descrizione. È una promessa generica, e come tutte le promesse generiche non crea delle immagini mentali. “Intenso” non dice niente.“Emozionante” non orienta. “Profondo” non chiarisce perché è profondo. Il risultato è che il lettore non capisce che tipo di esperienza narrativa lo aspetta, né perché dovrebbe sceglierla rispetto a mille altre. Descrivere un'emozione non significa mai emozionare.
Esempio che funziona:
Dopo la morte del padre, la protagonista torna nel paese che aveva giurato di non rivedere mai. Ogni incontro la costringe a fare i conti con una scelta che ha rimandato per anni, e con una verità che potrebbe distruggere l’immagine che ha costruito di sé.
Qui non viene promessa un’emozione. Viene mostrata una situazione carica di conseguenze.
Il lettore non sa ancora “come si sentirà”, ma sa:
· che c’è un ritorno forzato
· che c’è una scelta rimandata
· che c’è un rischio identitario
Le emozioni non vengono dichiarate. Sono una conseguenza inevitabile del conflitto.

3. La copertina senza storia
(immagine della copertina) + testo:
Disponibile ora su Amazon.
Qui non c’è un errore tecnico. C’è un fraintendimento di fondo. Una copertina identifica un libro. Non racconta una storia. Pubblicarla senza contesto equivale a dire:“Guarda cosa ho fatto”, non “Ecco perché potrebbe interessarti”.
Esempio che invece funziona:
(immagine della copertina) + testo:
Il protagonista ha quarantotto ore per decidere se denunciare l’uomo che ama o proteggere la vita che ha costruito. Qualunque scelta farà, qualcuno perderà tutto.
Qui l’immagine non è più un oggetto isolato. Diventa un punto di accesso a una storia.
Il lettore non è invitato a guardare la copertina,ma a confrontarsi con una scelta che comporta una perdita.
Il secondo esempio funziona perché:
· la copertina resta, ma viene attivata narrativamente;
· il testo introduce una decisione irreversibile;
· la curiosità nasce da un conflitto, non dall’oggetto.
Il lettore pensa: “Cosa farei io al suo posto?”
Così la presentazione smette di essere un annuncio e cattura il lettore.
Ora tocca a te. Tagga @iltuoediting nella presentazione del tuo libro sui social!



